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A FEDERICO MANCINI, MAESTRO E AMICO, IN MEMORIAM*

Svolte le mie osservazioni sulla relazione del professor Mengoni vi chiedo ancora un momento. Ho bisogno di dire qualcosa che sembra eccedere la nostra discussione scientifica, ma forse continuo la stessa discussione in un’altra forma, quella della memoria dei grandi; e devo alzarmi in piedi perché voglio ricordare una persona grande e cara che è scomparsa.

Poco fa accennavo al sodalizio con Massimo D’Antona, al privilegio di misurarsi con persone come Lui -per consentire o dibattere o anche obiettare- di confrontarsi insomma con chi “ci crede” ai compiti e alle responsabilità dell’intellettuale. Avevamo accordi e contrasti, con Massimo, che erano collaudi o rafforzamenti, non solo nella questione che prima ricordavo, del significato da accludere al concetto di lavoro sans phrase, che intendavamo in due modi del tutto diversi e con funzioni esplicative diverse. Massimo, per questo aspetto – di essere un interlocutore con il quale era possibile dire fino in fondo ciò che si pensava e dal quale sarebbe venuta un’esauriente risposta o un rilancio – era accomunabile ad un altro amico scomparso, Gaetano Vardaro.

Ma non intendo parlare, nella presente occasione, di questi due Amici tanto dotati di valore e di scienza, e così dolorosamente perduti, l’uno per indecifrabile destino, l’altro per violenza delinquenziale e odiosa. Consentitemi di rendere l’omaggio del nostro Congresso al mio Maestro, che impersonava in modo eminente lo stile che ho ora evocato. Sempre più di rado si offre testimonianza, con l’esempio, che negli studi deve contare anzitutto la ricerca disinteressata e appassionata, per quanto provvisoria e revocabile sia la verità che si attinga. E troppo spesso è constatabile che vengono apprezzate come merito la piattezza delle ricognizioni e la ossequiosa sudditanza, invece che lo spessore dell’approfondimento e della cultura, da cui consegue la qualità di intuizioni e scoperte. Tanto più vanno menzionati, e additati ad esempio, quelli che per tutta la loro vita hanno fatto una bandiera della libertà, dell’indipendenza e del merito nella ricerca, tenendoli separati dal posto che dentro la vita va giustamente riservato all’impegno politico o alle valutazioni ideologiche e di parte.

Federico Mancini, al riscontro, non era “tecnicamente” iscritto all’AIDLaSS, nè nel 1999 né negli anni che immediatamente precedono. E’ stato però un protagonista della nostra comunità scientifica per decenni, e ha impresso su di essa un segno indelebile. Federico è mancato il 20 luglio scorso, dopo il convegno di Trento, dove ci eravamo trovati il 12/13 giugno 1999, colmi di tristezza e impotenza per l’esecrabile omicidio di Massimo. Questo di Ferrara è dunque il primo consesso dell’associazione dopo la scomparsa di Federico. Gianguido Balandi, nostro ospite, ha già ricordato il comune Maestro. Sento anch’io il bisogno di dire qualcosa su di Lui, senza farla lunga, informalmente, quasi una coda al mio intervento. Finora non sono riuscito, di questa perdita, a scriverne o a parlarne (pubblicamente), per un impedimento doloroso, per l’opposizione di una eccedenza emotiva. Non riesco a misurare, per la verità, il mio debito verso di Lui; ma sento però di aver contratto con Lui l’impegno di seguirne lo stile, per quanto possibile, e di riaffermare le gerarchie di valori che lo hanno guidato.

Da studente avevo seguito le sue lezioni. Si presentava puntuale nell’aula V della allora Centrale di via Zamboni, vestito con noncurante eleganza, con un tratto signorile e incuriosito, sempre pronto a sentire, prima o dopo, anche quelle che erano per lo più scemenze, traendone gustose digressioni e agganci, che riabilitavano chi le aveva dette. Riponeva la pipa e si metteva a parlare, dopo aver dispiegato sulla cattedra un fogliettino (su cui, vidi dopo, con una grafia minuta e precisa, fatta meticolosa punta alla matita, aveva schematizzato in poche righe, con qualche segno di collegamento e qualche ordine gerarchico — freccette o separazioni – il contenuto della lezione). Dall’incipit alla fine si esprimeva con una fluidità e una proprietà da libro stampato. Le componenti della sua esposizione erano così stagliate che avresti potuto fare l’architettura del loro reciproco rapporto; l’argomentazione principale era posta nel suo superiore rango logico, e le digressione e gli esempi vi si intrecciavano attorno, in un corpo più piccolo, con raccordi interni e intersezioni ordinate che poi rifluivano nel livello che concorrevano a corroborare. Superati da poco i quaranta minuti della lezione si cominciava ad avvertire che stava finendo. Questo passaggio assumeva nel contempo la forma di preannuncio del contenuto della lezione successiva, alla quale forniva aggancio o della quale anticipava l’inizio.

Non solo allora, quando eravamo studenti di Giurisprudenza, ma anche dopo, quando casualmente si incontra qualche ex studente bolognese, è consueta la rievocazione ammirata delle lezioni di Federico. Misurate, eppur rilucenti, ammaliavano per l’eloquenza e nello stesso tempo per l’efficacia: nulla sembrava lasciato al caso e tutto sembrava frutto di improvvisazione. Cominciammo a comprendere quanto impegno e lima devono esercitarsi per dare l’impressione dell’assenza di sforzo, nel mentre si articola un tema in modo semplice, completo e chiaro.

La nostra conoscenza diretta e personale avvenne, alla fine del 1967, in un contesto politico-culturale pieno di eccessività, di attesa e di fantasia. Nella primavera del 1968 fu occupata la Facoltà di Giurisprudenza di Bologna, come altre in quei tempi. Le motivazioni dei baldi giovani che occupavano erano molte e, col senno di poi, anche molto diverse; ma un nucleo di essi, se non il principale, il più qualificato, aveva in mente in ispecie la critica del sapere giuridico. Lavorammo operosamente, alcuni, per questo obiettivo, nel quadro generale di una affermazione, a volte pure spocchoiosa, di antiautoritarismo. Invitammo tra l’altro il corpo docente a tenere le lezioni nella Facoltà occupata; e non vi dico le stizzite reazioni delle lese maestà e degli scandalizzati barbogi. Cinque professori risposero però positivamente; primo fra tutti Federico, che trovava troppo istruttivo, oltre che divertente, confrontarsi con il mondo studentesco in effervescenza (si rinvengono cenni di questo atteggiamento, con qualche ironia, nel capitolo postscritto che Giovanni Tarello aggiunse nel 1972 alla seconda edizione delle sue Teorie e ideologie del diritto sindacale). Voglio ricordare i nomi degli altri docenti che a Bologna, nel 1968, intesero in modo militante la libertà di insegnamento: Franco Bricola, ammirato professore di Diritto Penale; Luigi Scavo Lombardo, ecclesiasticista; Fabio Lanfranchi, romanista; Giuseppe De Luca, con cui mi stavo laureando a Procedura Penale.

Avemmo così il privilegio di godere, dentro la stessa occupazione, le lezioni di alcuni fra i migliori, che nell’occasione seminarono altri frutti. Fra gli occupanti vi erano numerose persone che ora ricoprono meritoriamente cattedre in università italiane e straniere; restando alla nostra materia, oltre a me, Nanni Alleva, Gigi Mariucci e Guido Balandi. Marco Biagi era più giovane in misura sufficiente per essere un po’ più tiepido. Quanto a Carinci, più grande e già laureato, veniva in occupazione per motivi che non ci piacevano, tanto che a fatica ne consentivamo l’accesso. Ma non mi soffermo su ciò, altrimenti sembra che ce l’abbia con Carinci dalla notte dei tempi. Mentre il dissidio con lui, più recente, attiene ad una questione cruciale, del tutto pertinente a quanto vengo ora dicendo, sul cosa deve essenzialmente contare nel nostro piccolo mondo, così esposto alle forzature, per valutare quanto viene fatto e procedere alle cooptazioni: non la fedele dedizione e l’acritica obbedienza, titoli preferenziali di oggigiorno, che ci faranno sempre più male, bensì il merito scientifico e l’indipendenza delle persone, come il nostro Maestro diceva..

Il contesto del nostro incontro era quindi pieno di aperture e possibilità. Eppure, da una parte vi era un personaggio che, compiuta già da un po’ la sua carriera accademica, appena al di là dei quarant’anni era un brillante protagonista della discussione giuridico-istituzionale e appariva in procinto di realizzare molte altre cose; e dall’altra parte uno studente poco più che ventenne, seppur vispo. Mai potrò scordare il modo famigliare con cui venni trattato da Federico Mancini e l’attenzione che ebbe nello spingermi ai primi passi: entrai nella sua casa, ebbi consuetudine viva con i suoi brillanti amici e nel 1971 divenni assistente alla cattedra. All’inizio degli anni ’70, infatti, poteva capitare che un giovane fosse promosso assistente perché andavano in cattedra, tanto per dire, Umberto Romagnoli e Gigi Montuschi. Proprio quando essi vinsero il concorso, Federico mi comunicò — stavo finendo il servizio militare — che si sarebbero banditi i posti di assistente lasciati da loro vacanti, invitando Nanni Alleva e me a partecipare al concorso.

Ricordo questo particolare, angosciandomi per quei bravi giovani che non trovano accesso alla carriera di studiosi, nonostante siano disposti al sacrificio e anche se in altri settori le loro qualità potrebbero avere maggior riconoscimento, specie economico. Si è sentito dire, ieri, che l’apposita commissione non ha trovato, fra tutti i dottorandi d’Italia promossi nel 1998, un lavoro che meritasse il premio Francesco Santoro Passarelli. Lo stesso era successo anche un paio di anni fa, con la medesima futilità. Vogliamo scherzare, cari colleghi: forse sarà meglio che leggiamo con più apertura ed attenzione il frutto degli sforzi a cui si sottopongono i nostri migliori giovani. Anche il mio Maestro avrebbe deplorato vivamente che non si incoraggiasse chi intraprende una carriera difficile e anche ingrata, negando la soddisfazione di un premio che a qualcuno certamente spettava.

Tornando alla mia iniziazione giuslavoristica, avvenne quindi che, per apprezzamento, per stima personale, per già collaudate comunanze nei modi di sentire, da chi valore aveva ormai mostrato venne fatta su di me la prognosi che avrei a mia volta mostrato valore; e mi trovai a far parte, dopo il capostipite e i tre maggiori, della terza linea di una grande scuola, che era fondata sulle qualità di studiosi dei suoi membri, e nella quale il capo deliberatamente dichiarava che solo tali qualità contavano per l’apprezzamento dell’appartenenza, facendo seguire alle parole i fatti, e cioè i giudizi. In un solo colpo si realizzava ciò a cui aspiravo, nella prospettiva pratica, come nella “filosofia” che l’avrebbe sorretta. Forse è stata questa facilità di accesso a responsabilizzarmi, inoculandomi la persuasione, un po’ inflessibile e fors’anche moralistica, che nel nostro mondo solo il merito debba essere riconosciuto, mentre il resto puzza di forzatura e di surrogato distorto, che “non c’entra”.

Federico Mancini era nato a Perugia il 23 dicembre 1927. Fa parte dell’iconografia giuslavoristica il viaggio del 1951, verso l’America, sulla motonave Victoria, dove Federico incontrò Gino Giugni, per approdare l’uno alla Columbia University, l’altro all’Università del Wisconsin. Dovrei poi intrattenervi sulla acutezza affascinante della sua produzione scientifica, che a trentanni forniva già un gioiello come La responsabilità contrattuale del prestatore di lavoro. Ma non posso tenermi altro a dati come questi, troppo ufficiali, anche se importanti, perché mi viene più spontaneo ricordare il nostro rapporto, e celebrare il valore di Federico, attraverso altri aspetti, più personali e leggeri.

Sopra ho segnalato il giorno in cui è nato, perché i suoi compleanni, specie nelle decine degli “anta”, sono stati a volte occasioni di feste gustose e indimenticabili, come quella dei cinquantanni, nel 1977. A tal fine affittai un locale alla moda, nel centro della città, con convergenza di amici anche da fuori Bologna: ne venne una nottata di incontri, di lazzi, di danze e insomma di un divertimento sontuosamente energico. Non sottovaluterei questa componente: mi viene da dire che il divertimento era nella vita, perché ci divertivamo a studiare, e le situazioni fortunatamente hanno a lungo interagito. A volte improvvisavamo scherzi, alcuni con sviluppi impensati, per cui il divertimento tracimava in qualcosa d’altro, magari contro la nostra intenzione. Qui al tavolo c’è Tiziano Treu, con il quale, assieme a Federico e altri, ci capitò di fare una burla esilarante: non possiamo raccontarvela, non perché non è confacente a uno che è stato ministro, ma perché abbiamo giurato di non rivelarla mai.

Anche al di fuori di queste situazioni, in generale il rapporto con Federico aveva la qualità di riservare gradite sorprese. Per le stesse caratteristiche su cui era fondato, e per la sintonìa nei valori che erano sullo sfondo, la comunicazione con lui era divertente. Se leggeva qualcosa di singolare, di valido, di prezioso — come spesso gli capitava, da ricercatore colto, raffinato, curiosamente proteso a scoprire il singolare e il diverso in mezzo ad innumerevoli sollecitazioni — subito lo elabiorava per raccontarlo a chi gli stava vicino; e certo ho goduto in misura notevole di questo privilegio. Quante volte mi ha indicato libri, saggi, punti, aspetti che avevano richiamato la sua attenzione, o lo avevano sollecitato a sviluppare considerazioni o a rettificare giudizi. In questo interscambio era Lui essenzialmente a dare, diciamo con un rapporto di 10 a 1 (ogni dieci indicazioni sue, forse una mia). Anche per questo sento di avere una illimitata gratitudine per Lui.

Ma non conta dire della quantità: era un principio di interazione, solo qualitativo, che contava. Me lo mostrò anche plasticamente, quando mi fece il regalo più bello che un allievo possa ricevere. Proprio perché amava i libri, a Federico dispiaceva vederli sottoutilizzati, come era inevitabile in parte accadesse per i suoi di libri, da quando era per lo più in Lussemburgo. Così, all’inizio degli anni ’90, un giorno mi disse semplicemente che mi donava i suoi libri giuridici e sociologici in materia di diritto del lavoro e vicinanze, nonché svariate collezioni di riviste: per Lui la cosa più appropriata era che li tenessi io. La biblioteca di Federico è ora nei locali del mio studio che chiamo “pensatorium”. E’ un fondo ben solido, come potete immaginare, e pieno di chicche. Spesso mi diverto a decifrare le chiose di Federico — come sempre a matita, minutissime ma ben leggibili – a libri, anche stranieri, che sono i classici della nostra materia. E’ una sorta di esercizio ermeneutico, per trarre suggerimenti o riflettere sulla storicità delle sollecitazioni indotte dall’interrogazione dei testi.

Arriviamo al maggio del 1999, anzi alla micidiale mattina del 20 maggio. Quella mattina di cocente dolore, avevo ricevuto una telefonata breve e concitata da Vittoria Mancini; mi disse con voce rotta che avrebbe subito riattaccato e avrei subito capito il perché, dopo aver sentito quanto mi avrebbe detto … L’improvvisa notizia annunciava una malattia senza appello; e mentre dolorosamente ne riflettevo, venni a sapere dell’esecrabile assassinio di Massimo.

Per almeno un mese vi fu una specie di tregua nell’approfondire. Ci vedemmo: senza diffondersi, a mò di premessa e molto serenamente, Federico mi espose la situazione e le probabilità di sviluppo ed esito. Con la cooperazione della famiglia, ebbe spazio un fervore esorcizzante: speranzosi e forse solo disinvolti, volevamo che tutto fosse quasi normale, come se così la situazione potesse migliorare e restare nel nostro controllo. Un altro mese, di progressivo decadimento e di decrescente speranza; e poi la fine.

E’ sempre più chiaro, a noi allievi, ma anche a molti di voi, quanto preziosa sia l’eredità di Federico Mancini, quanto esemplare e impegnativa sia la sua lezione su ciò che deve contare per noi. Con la sua intensa ed esemplare presenza, ha impastato l’idea che mi sono fatto dei compiti dell’intellettuale e delle responsabilità che vengono dall’appartenenza ad una comunità scientifica. Essa può crescere solo se vi è libertà, se l’accumulazione di sapere in cui consiste viene realizzata da uomini che seguono la logica autonoma del ricercare senza il condizionamento di nessuno. Chi è studioso, impegnato nella trasmissione della conoscenza, è per ciò stesso responsabile anche della conservazione di un valore di autonomia; egli ha quindi pure un dovere di resistenza, non deve rassegnarsi allo sfasciamento di quel valore.

Federico ebbe in proposito un viso aperto, che non smentì mai. Avanzando l’età sempre seppe ben giudicare. Poiché la questione è se c’è valore o no, senza filisteismi e sudditanze, su ciò rimase sempre giovane e mai tentennò. Il Suo magistero aveva uno stile inconfondibile, fatto da apertura a comprendere, attenzione critica e rigore di valutazione. Sapeva se una ricerca era seria, se il risultato di uno sforzo portava cultura: e di conseguenza si comportava, abituandoci benissimo. E’ un piacere, per gli altri, confrontarsi con un tal modo di essere; per questo vorrei rifarmi alla gerarchia dei valori in cui Federico credeva, per essere coerente con essa nell’insegnamento, nella colleganza scientifica, nell’amicizia.

 

Marcello Pedrazzoli

 

Ferrara, 13 maggio 2000

* Ricordo qui pubblicato a richiesta dei colleghi Giorgio Ghezzi, Luigi Montuschi, Umberto Romagnoli, perché a loro giudizio ingiustificatamente non inserito negli Atti del convegno di Ferrara del 11-13 maggio 2000.
Su questo si pronuncerà il Comitato Direttivo Aidlass già in agenda per luglio 2002.

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