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Per Massimo: in memoria

Prof. Bruno Caruso

Ho conosciuto Massimo nel 1980 in un luminoso pomeriggio di marzo. Veniva da Roma a Catania con un incarico di insegnamento in diritto del lavoro, poco prima di vincere la cattedra; era stato chiamato, da un uomo lungimirante come Giuseppe Auletta; veniva a coprire un vuoto, in una Facoltà di grande prestigio, appena aperto dal trasferimento a Napoli di Lello De Luca Tamajo che era stato sino ad allora, il mio punto di riferimento, il mio primo maestro e che era suo fraterno amico.Erano momenti esistenzialmente tremendi per i siciliani della mia generazione: dietro gli anni ’70 e le macerie di un sogno infranto, tramutatosi nel mostro, allora recente, del terrorismo, sviluppatosi quasi come germinazione accanto a noi, anche tra compagni di strada; intorno, altri mostri di più antica memoria: la pesantezza del dominio della piovra mafiosa, della sua violenza, della sua cultura vincente infiltrata anche negli gangli più riposti della società civile, della politica e delle istituzioni.

Per noi l’università non era una carriera, era un luogo dove finalmente riposare e cercare senso e risposte a mille domande, a mille dubbi, a mille inquietudini. Ed arrivò Massimo: uno che parlava la mia stessa lingua, che si misurava con i miei stessi problemi, con le mie ansie che erano ansie della nostra generazione. Entrammo subito sulla stessa lunghezza d’onda. Parlavamo moltissimo e di tutto: di cultura, di politica delle nostre storie personali, del nostro passato, delle nostre speranze: ininterrottamente in maniera alluvionale, passeggiando per ore intere, che volavano via leggere, per i luoghi di una città bellissima e sfregiata, che imparavamo a scoprire ed amare insieme. Incominciavamo a fare progetti accademici, di ricerca ma anche di vita. Massimo era dentro come appariva fuori: eternamente giovane, sempre se stesso, immodificabile con il passare degli anni, per l’immensa forza interiore che si portava dentro, per l’immensa calma, per il suo ottimismo mai facile, ma sempre supportato da una lucidità, da una capacità di analisi e di intuizione, impressionante. Era intellettualmente intrigante, affascinante, ma lo era ancor più umanamente. La sua personalità era il compendio, come lui con una certa compiacenza amava ripetermi, del rigoroso razionalismo sabaudo che proveniva dalla madre (che aveva perso da ragazzo, evento che aveva inciso profondamente sulla sua sensibilità) e della solarità, della sensibilità e della umanità siciliana che gli proveniva, attraverso il padre, dal nonno emigrato a Roma dopo il maremoto di Messina del 1908. Per questo viveva Catania come un suo personale viaggio di ritorno verso ataviche radici; ogni volta che andavo a prenderlo all’aeroporto lo vedevo godere nel respirare l’odore di zagara, degli agrumeti, della brezza marina: riscopriva la grande letteratura siciliana, si poneva dall’interno per cercare di capire le grandi tragedie storiche e umane dei siciliani. Si poneva come uno di noi. E tale era considerato da tutti coloro che lo conobbero in quel periodo: ha lasciato a Catania, decine di amici carissimi, colleghi, allievi giovani e meno giovani, impiegati dell’università, semplici conoscenti che hanno versato lacrime amare e sincere, alla sua morte, e sono ancora increduli. E non se n’é mai andato, anche quando si é trasferito a Napoli nel novembre del 1986. Me lo ripeteva sempre in quei giorni, anche per consolarmi: se Catania fosse dietro la porta di casa non me ne andrei.

Tornava almeno due volte l’anno, nella città e nella Facoltà che considerava ancora una parte di sé era membro del collegio dei docenti del dottorato di diritto del lavoro europeo. Venerdì sera doveva essere a CT a tenere una relazione e glielo hanno impedito. Fino all’anno scorso tra le mille cose che riusciva a fare, ha trovato pure il tempo di tenere una supplenza nella facoltà catanese: ne avevamo bisogno e non mi ha fatto ripetere due volte la richiesta. Ha posto una sola condizione: che non fosse retribuita. La Facoltà di Catania era il suo retroterra, il suo personale ufficio studi, era il rapporto con il modello di università che sognava: stanziale, efficiente, tecnologicamente avanzata, aperta all’esperienza comparata, interattiva con gli studenti, e comunitaria. Massimo era un intellettuale prestato alla politica, ma rimaneva un intellettuale, direi, in senso nobilmente gramsciano; non ha mai pensato il suo impegno a fianco del sindacato, delle istituzioni come una pratica a sé, separata dalla elaborazione intellettuale e dai suoi profondi convincimenti morali. Di fronte ai miei dubbi su un suo eccessivo, recente coinvolgimento nella prassi, nell’operare in concreto, con un disarmante sorriso mi rispondeva che avevamo un’occasione storica, che non potevamo lasciarci sfuggire: di misurare cioé nel concreto incedere istituzionale, ed in una irripetibile stagione storica, la bontà e la plausibilità delle ipotesi teoriche che avevamo mille volte discusso insieme; ed aveva ragione. Oltretutto riusciva in una cosa in cui pochi intellettuali prestati alla politica riescono a fare. Il suo rapporto con la politica ed il potere era lieve, in senso calviniano: non era mai succube, era granitico nella sua coerenza e nella sua autonomia, era flessibile ma resistente nei principi come un giunco, e questo atteggiamento, questa grande dignità, gli consentiva di non dovere chiedere nulla a chicchessia, di mantenere un grande distacco: Massimo veniva chiamato; non si é mai proposto, e non si é proposto neppure in quelle occasioni in cui era naturale che venisse chiamato, perché spettava a lui, perché era il migliore, e ciò, invece, non avveniva. Massimo era un grande maestro, direi un maestro naturale, per vocazione: augurerei a tutti i giovani che intraprendono la carriera universitaria di averne uno come lui. Aveva nei confronti della conoscenza e del sapere il senso del limite soggettivo e l’umiltà che solo i grandi intellettuali riescono ad avere. Faceva sempre leggere le sue cose a me e ad altri ed aspettava con impazienza le osservazioni, le reazioni, nel frattempo aveva già modificato due, tre volte la versione originale, spesso anticipando, di suo, i rilievi; lavorava sul testo con il cesello, non trascurava nulla; fino all’ultimo momento in bozze, era capace di stravolgere tutto. Aveva una gamma infinita di trucchi per prendere tempo con l’editore, per fare l’ultimo ritocco, l’ultimo miglioramento.

Era un perfezionista intelligente. Si esprimeva in una prosa che lo rispecchiava: semplice, chiara, incisiva; i suoi scritti anche i più impegnati, i più difficili, scorrono come ruscelli d’acqua. Mi diceva commentando Norberto Bobbio: ‘vedi, i grandi intellettuali sono come lui; saper scrivere di cose importanti e decisive con una semplicità e una chiarezza che agli sprovveduti può sembrare banalità’. E nel frattempo lui praticava quest’insegnamento, e come! Ma era rigoroso anche con gli altri, un lettore attento e severissimo mai accondiscendente, perché era rigoroso innanzitutto con se stesso. Era al contempo di una pazienza e disponibilità infinita e di una gentilezza estrema. Esordiva dicendo: ‘l’articolo va bene’; ma chi lo conosceva, non si fidava, sapeva che lo diceva per incoraggiarti. Perché subito dopo, con una potenza di ragionamento che si affermava senza bisogno d’altro, ti smontava il saggio, l’articolo, pezzo per pezzo, così come faceva con i suoi, e ne metteva a nudo tutte le debolezze, tutti i difetti, anche quelli più riposti; ma poi non ti lasciava solo, in un mare di angoscia, davanti ai pezzi rotti del tuo giocattolo che immaginavi perfetto; ti aiutava passo passo a rimontarlo ed alla fine ti accorgevi che era senz’altro più ricco, più interessante, più chiaro ed anche lui era felice di questo. Nelle parole che ci ha scritto il 25 dicembre del 1998 c’é tutto lui stesso: “un felice 1999, in cui l’aspra disciplina della conoscenza sappia accordarsi all’armonia profonda della vita (parole mie, sull’onda di imprecisate reminiscenze) Massimo”.

E non trascurava nessuno, non si limitava alla sua scuola, ai suoi allievi o ai suoi stretti collaboratori: credo che ci sia un’intera generazione di giovani e meno giovani giuslavoristi che abbia beneficiato degli insegnamenti e dei consigli di Massimo D’Antona. Era un patrimonio collettivo, apparteneva a tutti coloro che consideravano il magistero universitario, per l’aspetto più nobile e meno decadente: la libertà di pensiero, la curiosità intellettuale, il gusto della ricerca, la creatività come metodo e come pratica. Massimo era un grande giuslavorista. l’itinerario della sua produzione é ampio, complesso, articolato, coerente. Ho visto la raccolta dei suoi articoli e saggi a partire dal 1972 di cui Olga gli aveva fatto omaggio, credo, per il suo cinquantesimo compleanno: non la conoscevo e mi ha fatto impressione. Niente é fuori posto. Nessun tema é trascurato.
Conosco uno per uno quei pezzi, ne conosco la storia interna, il momento, l’occasione, il contesto in cui furono pensati e scritti, ma visti, tutti insieme, in sequenza cronologica, sono impressionanti: non é soltanto il personale itinerario culturale di un autore. Attraverso quelle pagine, e nelle altre contenute nelle decine di volumi collettanei che ha curato, c’é la storia sistematica di una disciplina che ha contribuito a cambiare, a plasmare: c’é la storia del diritto del lavoro italiano di un trentennio. Abbiamo l’obbligo morale ed intellettuale di rifletterci, di tornarci su; é un immenso patrimonio di pensiero, e di insegnamenti morali che va valorizzato. Dicono che chi l’ha ucciso lo seguiva da presso: non lo so, spetta agli inquirenti stabilirlo. So solo che quando ho letto il passo del comunicato delle BR in cui si diceva che Massimo ‘contribuiva ad attuare i nuovi indirizzi che devono operare aggirando i vincoli costituzionali’, mi sono venuti i brividi; nella sua vecchia borsa di cuoio, a cui era affezionato perché era particolarmente capiente, e che é stata l’ultima simbolica difesa di un inerme uomo di cultura contro la violenza vigliacca delle armi da fuoco, c’era probabilmente la versione finale, appena terminata ed ancora inedita, del suo saggio sul ‘Quarto comma dell’art. 39 della Costituzione oggi,’ confezionato per gli scritti in onore di Gino Giugni; il saggio si occupava proprio di come superare i vincoli costituzionali, a quadro normativo immutato, per riformare la rappresentanza sindacale. Sarà una coincidenza, ma il contenuto di quell’articolo non era certo noto a molti. Tutto potevo immaginare nella mia vita tranne di dover commemorare la memoria di Massimo; hanno ragione Olga e Valentina: ha lasciato immensamente soli e vuoti, senza più punti di riferimento, tutti coloro che hanno avuto l’onore, il privilegio, di condividere qualcosa al suo fianco. Addio Massimo.

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