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PRESENTAZIONE DEL LIBRO BIANCO*

Cari colleghi, io credo che se fosse stato con noi Massimo D’Antona avrebbe utilizzato questa giornata per confrontare progetti, idee, proposte con la sua comunità scientifica e ne avrebbe tratto grande giovamento. E credo quindi di dovermi compiacere e congratulare con gli organizzatori di questa giornata per avere iniziato questa serie di seminari a lui dedicati, e di aver inserito come primo argomento, quello che è stato definito poco fa “un grande cantiere”. Credo sia un segnale importante che la nostra Associazione dà, e quindi mi compiaccio dell’iniziativa che si inserisce in un dibattito che appassiona le forze politiche, le forze sindacali e che non può certamente vedere noi giuslavoristi semplici spettatori. Massimo D’Antona è stato un giuslavorista che ha partecipato da protagonista all’evoluzione della materia e al di là delle rispettive opinioni o punti di vista, io credo che sia un modello al quale molti di noi si ispirano (io sicuramente); partecipare, dare un contributo all’evoluzione di una materia che è sottoposta a sfide grosse, importanti, decisive, dovute forse ad un modello economico in evoluzione, ad un mondo che sta cambiando.

Cercherò di argomentare brevemente, visto che il Libro Bianco lo avete letto tutti, la delega sul mercato del lavoro è ampiamente nota, e quello che io penso è abbastanza diffuso. Quindi da parte mia, ritengo ci sia soltanto l’obbligo di esporvi in sintesi quello che è l’argomento centrale, e cioè che oggi il diritto del lavoro deve affrontare la sfida di un cambiamento che non può essere fatto di aggiustamenti marginali o di piccole opere di manutenzione, ma che deve concretizzarsi in un ripensamento globale di fronte all’imponenza del mutamento che non può produrre soltanto l’esito di piccole modifiche. E cercherò di argomentare, seguendo un po’ il filo del Libro Bianco e del disegno di legge delega, alcuni punti che secondo me sono particolarmente caratterizzanti per chi rifletta non in maniera contingente soltanto sull’articolo 18, ma vuole vedere un po’ più lontano e capire come il diritto del lavoro italiano possa saldarsi ad un processo evolutivo che riguarda tutti i paesi con noi confrontabili, soprattutto quelli dell’Unione Europea.

Penso che la prima novità da evidenziare riguardi la scelta operata dal Governo di condensare in un documento un progetto a cui hanno collaborato alcuni tecnici, fra cui chi vi parla,; questo è un dato positivo di metodo. Perché si dispone all’inizio della legislatura di un progetto, che è stato definito Libro Bianco e sappiamo bene che nella tradizione comunitaria questo prelude ad interventi legislativi, che si dispiegano poi nell’arco di un certo periodo di tempo. Il Libro Bianco è, per sua natura, uno strumento di dibattito, di dialogo, che presuppone la ricerca, su alcuni punti specifici, di soluzioni tecniche che non possono essere predeterminate in sede politica soltanto, ma che hanno bisogno del concorso dei diversi attori (ivi comprese le associazioni scientifiche come la nostra). Non che da oggi debba scaturire un giudizio sul Libro Bianco o sul Disegno di legge delega, ma il dibattito, che io immagino avrà luogo in queta giornata potrà avere un effetto e un impatto sulla discussione che sta avvenendo in sede politica.

Un metodo nuovo dunque, che parte da un presupposto di fondo che deve essere secondo me evidenziato: la nostra materia deve essere funzionalizzata, deve essere orientata nella direzione che viene raccomandata incessantemente dall’Unione Europea, quella cioè di produrre più occupazione, un’occupazione di migliore qualità. Ecco un primo punto su cui dobbiamo dibattere, se sia ammissibile ed in quale misura che anche una materia come la nostra possa essere plasmata, riorganizzata, rivisitata e funzionalizzata nella logica di produrre un’occupazione quantitativamente e qualitativamente migliore. Il Libro Bianco dà una risposta inequivocabilmente positiva e io mi riconosco in questo genere di orientamento, che è un orientamento che ci viene indotto, vorrei dire addirittura imposto dall’Unione europea. Come ha già ricordato Riccardo, l’impostazione di questo documento e della delega che ne è figlia, riflette sostanzialmente l’Europa; questo è il filo che lega tutto il Libro Bianco, e in definitiva la mia convinzione è che, le diverse soluzioni, i diversi capitoli, i vari argomenti, siano la puntuale applicazione nel contesto italiano, tenuto conto delle nostre prassi e tradizioni giuridiche e di relazioni industriali, del messaggio che viene dall’Unione Europea.

E penso che il messaggio sia estremamente chiaro su un primo argomento, quello delle tecniche di regolazione, argomento affrontato abbastanza diffusamente dal Libro Bianco. Non si tratta di sostituire le fonti tradizionali (la legge e il contratto collettivo), si tratta piuttosto di riconoscere che accanto ad esse, assieme ad esse, fanno irruzione, nell’ordinamento giuridico del lavoro, nel diritto del lavoro italiano, altre tecniche di regolazione che forse non sempre la dottrina ha considerato con la dovuta attenzione. Faccio riferimento, ad esempio, al metodo aperto di coordinamento, una tecnica che mette in discussione i tradizionali strumenti, una tecnica che richiama il benchmarking, la trasferibilità di buone pratiche, il concetto di linee guida, il concetto di codice di comportamento, il valore aggiunto di processi emulativi, imitativi fra diversi Stati Membri che devono convergere in una direzione di modernizzazione. Il metodo aperto di coordinamento, che oggi è codificato nel Trattato dell’Unione europea nel nuovo capitolo dell’occupazione, è una nuova tecnica che può essere tenuta presente anche nel funzionamento del sistema giuridico interno; e farò un riferimento più tardi alla tematica del federalismo sul lavoro, sostenendo che proprio nella difficile sperimentazione del nuovo titolo V della Costituzione e nel delicatissimo equilibrio tra competenze statali e competenze concorrenti con le regioni, il metodo aperto di coordinamento può costituire, come già è avvenuto tra gli Stati Membri dell’Unione Europea, una soluzione per conseguire una sperimentazione in materia.

Troppo poco, cari colleghi, si scrive ancora oggi nelle riviste e nei nostri manuali su queste nuove tecniche; ma esistono materie richiamate dal Libro Bianco che effettivamente postulano l’impiego di strumenti diversi da quelli tradizionali. Prendiamone uno: la responsabilità sociale delle imprese, un argomento che è ben noto agli addetti ai lavori, soprattutto con vocazione comparatistica, e che sta facendo ingresso prepotentemente anche nel nostro dibattito. Risale a poche settimane fa una risoluzione del Consiglio, che invita gli Stati Membri a intervenire in questa materia. Una risoluzione, non una direttiva, non un regolamento, ma certamente un messaggio molto chiaro: come il diritto del lavoro italiano si interesserà della responsabilità sociale delle imprese? Con quali strumenti, con quelli usuali? No, non credo che la legge potrà intervenire in materia, forse la contrattazione collettiva, forse le parti sociali potranno riprendere alcuni spunti, ma sono gli strumenti tipici dell’esperienza anglosassone che possono essere ben più duttili come i codici di comportamento, anche se naturalmente si pongono al riguardo problemi molto rilevanti sul piano sanzionatorio, sul piano della sanzionabilità di questi nuovi strumenti. Terreno che potrebbe far concludere, ma troppo frettolosamente, circa la loro inefficacia.

E’ la strategia europea dell’occupazione, è il titolo sull’occupazione del trattato, così come modificato ad Amsterdam, che ci impongono di assecondare questo processo di cambiamento, questo processo di modernizzazione. Le linee guida sull’occupazione, quelle che ormai da quattro anni il consiglio delibera, sono indicazioni vincolanti per gli Stati Membri e sono fra l’altro indicazioni assistite anche da un meccanismo sanzionatorio previsto dal trattato che può scattare nei confronti degli Stati Membri inadempienti; e quindi queste linee guide, che per il 2002 sono state recentissimamente riformulate con l’importante additivo degli indicatori sulla qualità del lavoro, fanno parte della strumentazione giuridica con cui dobbiamo confrontarci. Questa è l’ideologia del Libro Bianco e della delega sul mercato del lavoro. Linee guida dell’occupazione europea, che ai punti 13, 14 e 15 dell’attuale versione nel capitolo dell’adattabilità danno delle indicazioni molto precise di interventi nella direzione della flessibilità, della modernizzazione, dando non soltanto ai governi, ma anche alle parti sociali un compito, un programma abbastanza chiaro di rivisitazione della nostra materia. Certo, non si parla di diritto del lavoro, ma l’indicazione è più che ovvia e riguarda anche il diritto del lavoro. Tutta la tematica delle norme leggere, delle soft law, di quelle tecniche che portano il Libro Bianco e la delega a proporre finalmente l’istituto della certificazione; un istituto che era già stato dibattuto nella precedente legislatura con l’intenzione di irrobustire sul piano probatorio quanto meno la volontà dei contraenti per la migliore definizione di tipologie contrattuali e anche per la certificazione di aspetti attinenti alla formazione.

E’ in questa direzione, è nella utilizzazione combinata di tutte queste nuove tecniche regolatorie, di queste nuove fonti insomma, che si muove l’idea centrale del programma contenuto nel Libro Bianco, che è poi quella dello Statuto dei lavori; che è un’idea a sua volta mutuata da un importante decisivo contributo nella nostra materia (forse un po’ sottovalutato) che è il rapporto Supiot, il rapporto steso da alcuni colleghi qualche anno fa che ha invitato la scienza giuslavoristica ad andare oltre al concetto di impiego, di occupazione. Il titolo della preziosa pubblicazione della Oxford University, Behind the employment, è estremamente chiaro al riguardo, non solo dal “rapporto al mercato”, ma anche con l’ambizione di garantire la continuità di una carriera lavorativa più che la stabilità di specifiche condizioni (cito da alcune conclusione dal rapporto Supiot): la continuità di condizione del lavoratore al di sopra e al di là dei diversi cicli di lavoro e non lavoro, un sistema di diritti sociali, organizzati per cerchi concentrici dove è la materia, l’istituto che deve definire il proprio campo di applicazione e non già la singola tipologia contrattuale che viene contaminata dalla materia di cui trattasi. Un rovesciamento insomma della tradizionale concezione che noi abbiamo del campo di applicazione di singole leggi, di singoli provvedimenti.

Il rapporto Supiot, non citato colpevolmente dal Libro Bianco per vicende tutto sommato abbastanza banali di rivisitazione frettolosa del testo, è però la vera fonte ispiratrice di questa idea centrale, che porta naturalmente con sè anche l’istituto della certificazione, e cioè l’assistenza alla volontà contrattuale delle parti che ricercano le tipologie contrattuali più convenienti ai loro interessi, alle circostanze del caso, al perseguimento dell’obiettivo finale dell’occupazione, e che viene supportata dalla sede amministrativa o dalla sede dell’ente bilaterale e cioè dal concorso delle parti sociali. Fra l’altro io credo che tutti convengano sulla sfida davvero fondamentale che ci viene offerta dal Titolo V della Costituzione che è richiamato, credo meritatamente (il Libro Bianco è stato scritto l’estate scorsa, quando ancora non si parlava di questo argomento) dal Libro Bianco sulla questione del federalismo o comunque dell’intervento di modifica del Titolo V della Costituzione. Io credo che noi giuristi del lavoro avremo lavoro per anni su questa materia, perché combinare il 117, II comma, l’ordinamento civile e il 117 III comma, la tutela e sicurezza del lavoro, non sarà un’impresa facile. Forse è vero che la formula “tutela e sicurezza del lavoro” che assegna a Stato e Regioni potestà legislativa concorrente è frutto di un infortunio, è probabile, ma comunque sia, questa è la formula che noi leggiamo ed è davvero una formula inquietante e difficile. Io ho letto diverse interpretazioni su questo punto sul quale c’è già stato un dibattito piuttosto acceso, ma devo anche richiamare a integrazione di quanto scritto nel Libro Bianco, che per certi aspetti è già un po’ vecchio, che esistono anche altri materiali normativi di cui si deve tener conto al riguardo: pensiamo all’art. 120, II comma, ai poteri sostitutivi dello Stato laddove vengano messi a repentaglio da interventi regionali prestazioni essenziali riguardanti diritti sociali ed economici fondamentali; perché è in definitiva sulla base di questa clausola di carattere generale che la Corte federale tedesca ha superato il federalismo sulla carta di quel paese e ha riaccentrato nel corso del tempo le competenze in materia di diritto del lavoro stabilmente nelle mani del legislatore del diritto federale.

Si tratta di materiali molto complessi e credo che tutta la nostra materia debba essere ripresentata; io fra l’altro ho anche qualche dubbio che il disegno di legge delega sia pienamente rispettoso della situazione che si è creata col nuovo titolo V in quanto a competenze. Io credo ad esempio che in materia di riordino dei contratti con finalità formative si possa sostenere ragionevolmente che siamo pienamente nell’area della potestà legislativa concorrente, forse anche ai limiti della potestà legislativa esclusiva delle regioni, ma secondo me anche in materia di orario di lavoro le Regioni possono dire la loro, una volta ricevuto e rispettato l’insegnamento della Corte di Giustizia delle Comunità Europee, che assegna l’orario di lavoro indiscutibilmente nell’area della sicurezza. Quindi ci sono probabilmente scenari di possibile incostituzionalità che si delineano foschi (per il governo) all’orizzonte, rivisitando i diversi profili della legge delega a riguardo.

Ma ci sono altre tre cose di cui vorrei parlare e che secondo me sono concetti fondamentali per visualizzare completamente lo spirito del Libro Bianco e del progetto di delega.

L’occupabilità: dobbiamo ricordarci che è compito del legislatore, nazionale e regionale, e delle parti sociali, che si dimenticano frequentemente di avere vincoli anch’esse che derivano dall’Unione europea, promuovere l’occupabilità, i servizi pubblici per l’impiego; qui vorrei dire che la scelta del Libro Bianco è una scelta netta e chiara a favore di investimenti e potenziamento del servizio pubblico per l’impiego. Chi legge nel Libro Bianco una filosofia iperliberalista dimentica a volte che ci sono scelte di questo genere che non sono affatto scontate. Certo, si punta a servizi pubblici per l’impiego diversi da quelli che oggi stanno nascendo in maniera molto debole sul piano del decentramento amministrativo; comunque il mercato del lavoro, i servizi pubblico per l’impiego oggi non sono più oggetto di decentramento amministrativo sono piena competenza, almeno concorrente, delle regioni, e c’è quindi da attendersi che le regioni stesse investano in questa direzione, anche con delle soluzioni innovative; il servizio per l’impiego non può essere più quella camera di compensazione fra domanda e offerta di tipo burocratico, deve avere un suo ruolo pro attivo, ce lo dice l’Unione Europea che ci condanna da cinque anni ormai nel rapporto congiunto sull’occupazione Commissione – Consiglio; i nostri servizi pubblici per l’impiego non hanno ancora assunto quel ruolo pro attivo di dinamico incontro tra domanda e offerta soprattutto della categorie a rischio di esclusione sociale, gli immigrati e altri. Quindi io credo che anche il modello sperimentale che si sta realizzando a Milano debba essere pensato, considerato, valutato positivamente, nell’ottica appunto della strategia europea per l’occupazione.

Ma anche i privati non potranno non avere un grande ruolo in questa materia. Non soltanto attraverso una misura, credo tutto sommato abbastanza condivisa, quale quella del superamento della missione esclusiva delle società di lavoro temporaneo, oltre che scontata, perché dopo tanti psico drammi, oggi il lavoro interinale si afferma come una tecnica che non destruttura il mercato di lavoro, ma crea opportunità, crea occupazione, dà la possibilità di ingresso nel mercato del lavoro a chi ne è stato escluso (di qui la previsione nella delega di soddisfare gli obblighi di legge nei confronti dei disabili anche con il lavoro temporaneo tramite agenzie, una misura sicuramente non ottimale, ma comunque importante per dare una opportunità occupazionale a quanti oggi non l’hanno avuta nonostante le sanzioni previste dalla legge, vista la resistenza insuperabile delle imprese). Ruolo dei privati che naturalmente deve andare oltre il lavoro interinale che si è affermato come una esperienza di successo, come una buona pratica, come un fatto ormai penetrato nella coscienza civile anche dei cittadini, e credo che autocriticamente si potrebbe da parte di taluni accettare l’idea che alcune resistenze che furono offerte anche in sede scientifica per la visione triangolare di rapporti di lavoro che si viene a costituire con quello strumento debba cedere il passo di fronte ad esigenze occupazionali che devono essere assolutamente prevalenti.

Ma occupabilità significa anche formazione, e quindi la logica della carriera del rapporto Supiot a cui facevo riferimento prima, la logica della garanzia dell’occupabilità, non più soltanto dell’occupazione e del posto di lavoro deve guidare un progetto di riordino dei contratti con finalità formative, non solo, ma cercando di affermare quello che diventa il presidio fondamentale per il cittadino lavoratore che è il diritto alla formazione. Un diritto alla formazione che deve essere assistito da garanzie di qualità della formazione stessa. Fino ad oggi i contenuti sono stati spesso determinati da chi gestisce l’offerta formativa e cioè dagli enti, non dal lato della domanda e cioè da parte dei lavoratori e delle imprese; anche qui bisogna ribaltare completamente l’impostazione se vogliamo riconoscere davvero il diritto all’occupabilità, questo va saldato con una nuova concezione della politica della formazione delle regioni, che abbia al centro una vera e propria azionabilità di questo diritto come già avviene in altri ordinamenti.

Ma una politica dell’occupabilità non ha senso se non affronta e risolve finalmente il problema del riordino degli ammortizzatori sociali e degli incentivi. Una promessa sempre fatta e mai realizzata nell’ambito della precedente legislatura, una politica assolutamente indispensabile e senza la quale nessun intervento sulla flessibilità in uscita ha evidentemente senso. Pensare di toccare l’art 18 senza parallelamente riordinare, potenziare, rivedere il sistema degli ammortizzatori sociali è assurdo. Ma non a caso, la delega sul mercato del lavoro, e questo è un mio giudizio, contempla entrambe le soluzioni.

L’adattabilità non pone sfide inferiori per la nostra materia! Non si tratta solo come dicevo all’inizio di produrre più posti di lavoro, more jobs, ma posti di lavoro di migliore qualità, better job. Non è uno slogan ma un’indicazione ben precisa, il Consiglio europeo di Laechen ha deliberato recentemente una serie di indicatori di qualità del lavoro di cui il legislatore nazionale o regionale dovrà tenere conto. Non posso soffermarmi su questo argomento ma credo che quando parliamo di migliore qualità di lavoro, quando il Libro Bianco usa questa espressione, chiarisca la necessità di incrementare l’uso del contratto a tempo indeterminato, vero e unico strumento che consente l’investimento nelle risorse umane, che consente la fidelizzazione effettiva, che consente di realizzare una forza di lavoro di migliore qualità. Ma bisogna interrogarsi riguardo a quali siano gli ostacoli che si frappongono ancora nell’ordinamento giuridico ad un uso più frequente del rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Certo, c’è un pericolo di precarizzazione, ma il pericolo di precarizzazione non è nella delega sul mercato di lavoro, il pericolo di precarizzazione è nella serie di strumenti che si sono affacciati nel nostro ordinamento negli anni che ci hanno preceduto e che hanno consentito di aggirare tutta una serie di prescrizioni; pensate infatti quando il patto di prova è in fondo aggirato da tutta una serie di forme di flessibilità d’entrata, dal contratto di formazione ad altre tecniche. E’ su questo punto che dobbiamo essere assolutamente chiari, o si fa come hanno fatto gli inglesi, allungando il periodo di prova ad un anno, due anni, e così si fa piazza pulita di tutta una serie di tecniche fraudolente e truffaldine o ci si sposta in un’altra direzione e si promuove non solo con tecniche economiche ma anche con tecniche normative l’uso del contratto a tempo indeterminato. E’ questa l’idea in fondo di rivisitare lo stesso articolo 18, certo argomento delicatissimo, ma in definitiva sarebbe stato contraddittorio non avere il coraggio di porre in discussione tutto il diritto del lavoro escluso l’articolo 18.

La modernizzazione dei rapporti di lavoro non può derivare evidentemente soltanto dall’iniziativa legislativa, ma da un concorso molto forte delle parti sociali; il paternariato sociale è uno degli elementi fondamentali dell’evoluzione della nostra disciplina. Chi dice “il Libro Bianco mette in discussione il sindacato, la contrattazione collettiva, la tutela diffusa degli interessi sociali” non legge attentamente questo documento. Credo invece che su tutte le questioni il principio della rappresentanza sociale del lavoratore occupato o in cerca di occupazione, non venga mai messo in discussione, neppure quando naturalmente la tecnica è innovativa; e faccio riferimento in questo caso alla delega e al ruolo degli enti bilaterali nella procedura di certificazione. Il lavoratore non viene abbandonato ad una trattativa privatistica che ci riporta indietro alla impostazione del diritto commerciale nel confronto col datore di lavoro attuale o potenziale. Il lavoratore deve sempre essere assistito e la rappresentanza collettiva delle organizzazioni sindacali non viene meno quando c’è un intervento, non necessariamente tramite la contrattazione collettiva, ma tramite l’attività degli enti bilaterali. E credo che sia stata forse una sorpresa da parte anche dei tecnici, vedere riconosciuto un grande ruolo a enti bilaterali che, come sappiamo bene, sono associazioni non riconosciute e non hanno una regolamentazione, una forma giuridica, una responsabilità precisa; ma è una scelta rispettosa dell’autonomia collettiva, che deve dispiegarsi in diversi modi, non soltanto tramite il contratto collettivo.

Il lavoro regolare di qualità deve comportare la rivisitazione di quella che è stata la vera riforma strisciante, silente, ma non per questo meno efficace in questa materia (..fine lato A cassetta) (…) risolutamente di essere svuotata di contenuto da parte di una diffusa tipologia contrattuale che oggi supera i due milioni di individui e che sostanzialmente li lascia senza diritti e senza certezze. Il progetto, l’idea del progetto deve essere alla base della collaborazione continuata e collaborativa ricondotta senza dubbi o incertezze di terzi, nell’area del lavoro autonomo a cui appartiene. Deve essere chiarito questo, anche con l’assistenza della procedura di certificazione, per chi volesse mai passare dal rapporto di lavoro subordinato al rapporto di lavoro continuato e collaborativo evitando tattiche fraudolente o furbizie. Solo un transito tramite la certificazione potrà regolarizzare pienamente queste forme; e si incontrano in materia furibonde ostilità da parte imprenditoriale che, forse meno eclatanti e meno visibili sulla stampa, non sono però certo meno serie e rigorose di quelle che provengono da parte sindacale sull’altro versante.

Infine la tematica delle relazioni industriali, il diritto delle relazioni industriali; non tanto perché il problema del riordino del sistema contrattuale sia un problema del legislatore, è ovvio che la rivisitazione dell’impianto contrattuale del 1993 accantonata nel 1998, non c’è dubbio che la spinta al decentramento della contrattazione collettiva oggi reclami un governo diverso soprattutto se combinata con la spinta altrettanto forte che proviene dal federalismo, dove il contratto collettivo verrà incaricato inevitabilmente di presidiare il territorio, di radicarsi, di regolare i mercati di lavoro diversificati fra di loro; non c’è dubbio che la contrattazione collettiva avrà uno sviluppo che le parti sociali dovrebbero, nella loro autonomia, governare al meglio. E quindi il contratto collettivo rimane un elemento fondamentale della materia che non può essere assolutamente superato da tentazioni o tendenze alla individualizzazione del rapporto di lavoro. Certo, mi aspetto nel corso della giornata contestazioni su questo punto e credo che l’accusa di individualizzazione riecheggerà spesso tra queste pareti, ma non ne sono convinto, anche se ascolterò con attenzione argomenti diversi al riguardo. Ma il fattore qualità dovrà andare anche nella direzione delle relazioni industriali, in che modo?

La tematica partecipativa bussa alle porte con una prepotenza mai vista in passato; la trasposizione della direttiva sulla società europea e della direttiva dei diritti di informazione e consultazione nelle imprese nazionali, costituiranno inevitabilmente nei prossimi due o tre anni (nell’arco comunque di questa legislatura) un terreno di prova molto difficile, non solo per il legislatore ma innanzitutto per le parti sociali. Ieri si è conclusa l’annosa vicenda dei comitati aziendali europei, le parti sociali si sono nuovamente riunite e assieme al governo hanno fatto un ultimo supplemento di accordo traspositivo, dando tutte assieme, nessuna esclusa, il proprio consenso ad un testo che finalmente sarà portato al Consiglio dei Ministri la prossima settimana e che consentirà di rispettare la scadenza, ennesima, di una delega (4 febbraio). Quindi, dopo 7 anni circa i comitati aziendali europei entreranno finalmente anche nel nostro ordinamento giuridico, un tema forse limitato numericamente alle grandi multinazionali, ma importante simbolicamente, proprio per le tecniche utilizzate, proprio per il riconoscimento e lo vedrete molto chiaramente nel testo, del primato dell’autonomia collettiva e del ruolo sussidiario della legge; non a caso il Libro Bianco richiama proprio come modello di ciò che dovrebbe essere fatto anche nella legislazione interna; il legislatore come regolatore sussidiario eventuale, sostitutivo, in caso di mancato accordo tra le parti sociali che per la loro autonomia, sulla base del principio del libero riconoscimento senza altre interferenze da parte della legge, dialogano e approdano, se e quando ci riescono ad intese. Il tema della democrazia economica non si esaurirà con la tematica partecipativa alla gestione, dovrà arricchirsi anche degli aspetti finanziari; la partecipazione finanziaria vede l’Italia in grande ritardo rispetto agli altri paesi dell’Europa, la Francia innanzitutto, ma anche altri dove questa tecnica di miglioramento del clima delle relazioni industriali ha dato risultati importanti.

E per finire un cenno all’argomento del conflitto, dove io ricordo con piacere una collaborazione molto feconda con Massimo D’Antona alla legge che regola l’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali. Una legge che per me ha anche dimostrato come le aperture che il legislatore ha fatto, non sempre vengono poi utilizzate, e mi riferisco ai maggiori poteri della commissione di garanzia che forse non ha ancora esplorato del tutto le proprie potenzialità di intervento. Ma anche qui bisogna poi sperimentare qualche cosa di più, ecco l’accenno al referendum consultivo, altro tema che fa scattare i nervi a molti sindacalisti (altro che articolo 18!) pur comprendendo che ci sono tradizioni soprattutto del sindacalismo associativo cislino che respingono l’idea, anche di principio di un referendum consultivo in materia di sciopero nei servizi pubblici con interessanti aperture invece devo dire da parte di CGIL e UIL; ma il discorso si spinge ancora più in là e come accennato nell’ultima pagina del Libro Bianco riguarda il ruolo di eventuali agenzie o enti neutrali nelle relazioni industriali. Il nostro orgoglio di non avere assolutamente nulla tranne la Commissione di garanzia che possa agire da catalizzatore di consenso e di armonizzazione e di incontro di segretariato e di assistenza alle parti nella loro attività contrattuale o nel dialogo sociale è un orgoglio mal posto a mio modo di vedere, perché la complessità della rappresentanza sociale soprattutto sul versante datoriale, ma crescente anche sul versante sindacale, impone la strada della semplificazione.

Finisco col dirvi che è convinzione personale molto radicata che il diritto del lavoro non è in discussione nella sua esistenza, ma è in discussione nelle sue tecniche, nei suoi strumenti e se saprà rinnovarsi vivrà, altrimenti potrà conoscere prospettive anche difficili.

Grazie.

MARCO BIAGI

* Trascrizione della relazione tenuta a Firenze il 18 gennaio 2002 nel corso del convegno A.I.D.L.A.S.S. “Il Libro bianco sul mercato del lavoro e la sua attuazione legislativa. Una riflessione sul cambiamento”.

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