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RICORDO DI FRANCO CARINCI, IN LPA, 1999, FASC. 3-4.

GIUSEPPE FEDERICO MANCINI

Ieri l’altro Guido Cecora, ieri Massimo D’Antona, oggi Federico Mancini. La nostra vita è segnata da questi lutti e vuoti, che la Rivista segnala puntualmente e dolorosamente, rendendone testimonianza nella stessa continuità e regolarità della sua presenza.

Neppure questa volta l’omaggio è meramente formale, dovuto ad essere Federico Mancini membro del Comitato scientifico di LPA. C’è il ricordo pubblico, di colui che è stato un personaggio di prima grandezza, nella vita culturale, civile ed istituzionale del nostro Paese; c’è il ricordo privato di chi è stato maestro di scienza e di vita del direttore di questa Rivista.°

Primo allievo di Tito Carnacini, insigne processualista cui va il merito d’aver tenuto a battesimo la scuola di Diritto del lavoro di Bologna; coprotagonista insieme a Gino Giugni del processo di rifondazione del Diritto del lavoro, iniziatosi tra la fine del decennio ‘50 e l’inizio del decennio ‘60, con le due fondamentali monografie su “La responsabilità contrattuale del prestatore di lavoro” del 1957 e su “Il recesso unilaterale e i rapporti di lavoro” del 1962, e con la celeberrima Prolusione all’Università di Bologna su “Libertà sindacale e contratto collettivo erga omnes” dello stesso anno; cofondatore della Rivista “Il Mulino”, cui contribuì nei primi anni con alcuni saggi scritti assieme a Gino Giugni, Antonio Santucci e Nicola Matteucci, amici della prima ora e compagni di una grande battaglia laica e riformista, condotta da una piccola pattuglia in largo anticipo rispetto ai tempi; professore dell’Università di Urbino, di Bologna, di Roma “La Sapienza”, ed ancora dell’Università di Bologna: studioso di assoluta eccellenza per rigore dogmatico, spessore culturale, personalità di stile, come testimoniato dalla ininterrotta produzione in materia non solo di Diritto del lavoro ma anche comunitario, nonché didatta ed oratore colto e brillante, capace di sedurre qualsiasi pubblico, parlando con pari maestria in italiano e in inglese, dai suoi studenti ai colleghi più attenti e più smaliziati, italiani o stranieri che fossero; uomo delle istituzioni, servite ed onorate con autorevolezza e prestigio, prima a Roma come membro del Consiglio Superiore della magistratura dal 1976 al 1981, poi a Lussemburgo quale Avvocato generale della Corte di Giustizia delle Comunità europee dall’ottobre del 1982 all’ottobre del 1988 e quale Giudice della Corte di Giustizia delle Comunità europee dal 7 ottobre 1988.

Una carriera ricca e intensissima, di cui rendono testimonianza, oltre al curriculum vitae e al lunghissimo elenco di pubblicazioni, anche le molte attestazioni ricevute a livello internazionale, non ultima quella di cui andava più orgoglioso, l’istituzione nel 1997 da parte della Harvard Law School dell’”Annual G.F. Mancini Prize in European Law”, per avere avuto in vita l’intitolazione di una borsa usualmente dedicata alla memoria. Una carriera, che lui stesso, in una bellissima “Intervista” resa a Pietro Ichino nel 1993 sulle pagine della Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, ricostruisce con quella aristocratica modestia ben nota alla cerchia dei più intimi, ricordando in una ideale continuità il maestro Tito Carnacini e i molti allievi, a partire dai più vecchi, cofrequentatori dello storico Studio Redenti-Carnacini di via Guerrazzi a Bologna, sede della Rivista Trimestrale di Diritto e Procedura Civile, ai più giovani (Giorgio Ghezzi, Umberto Romagnoli, Luigi Montuschi, Franco Carinci, Piergiovanni Alleva, Marcello Pedrazzoli, Luigi Mariucci, Gianguido Balandi, Marco Biagi).

E proprio quella intervista offre l’occasione di passare dal pubblico al privato, perché è vero che Federico Mancini aveva per origine, per fisico, per linguaggio, per comportamento, un tratto di aristocrazia, che poteva dare l’impressione di una qualche arroganza. Ma a conoscerlo, aveva una straordinaria consapevolezza della fatica del lavoro intellettuale, lui abituato a celare dietro l’apparente naturalezza dell’eloquio e dello scritto, una continua tensione a fare, perfezionare, cesellare; della relatività e della precarietà dell’operare; dell’esistenza di gente altrettanto, se non più in gamba, più preparata, più colta. Pur nella differenza della personalità, condivideva con il suo maestro, Tito Carnacini, quell’”afflato” liberale – cui tributa omaggio nel ricordo dedicatogli sulla Trimestrale del 1984 – che nella quotidiana frequentazione diventava una grande capacità di ascoltare, anzi qualcosa di più, la virtù civile per eccellenza, la tolleranza.

Una carriera straordinaria, consegnata alle opere scientifiche rimaste altrettante pietre miliari della materia, alle cariche prestigiose, agli attestati istituzionali; ma di per sé fredda, quasi scolpita in una lapide marmorea. Se non fosse vivificata dalla grande fioritura di allievi della prima, della seconda e ormai della terza generazione, che si sono riconosciuti in quel capostipite anche al di là della sua stessa consapevolezza. Consapevolezza che poi c’è stata, nel giorno in cui nella sua Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, la sua famiglia, quella carissima di sangue, la moglie Vittoria e le figlie Susanna e Fulvia, e quella accademica, gli si sono strette attorno per la presentazione degli Scritti in suo onore, due volumi densi di contributi, di studiosi italiani e stranieri di Diritto del lavoro e di Diritto comunitario.

Quello è stato un giorno di cui lui amava ricordarsi anche nel corso di una malattia, crudele e rapida al di là di ogni aspettativa, ma affrontata e sopportata con laica consapevolezza e determinazione, animato dalla ferma idea che la morte va combattuta fino alla fine, ma non vista e vissuta come una sconfitta. E’ un passaggio di testimone, che da quel momento impegna in toto coloro che l’hanno ricevuto. Stampa PDF Invia tramite email

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