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RICORDO DI GAETANO D’AURIA, IN LPA, 1999, FASC. 2.

20 maggio 1999: un commando terrorista uccide Massimo D’Antona. E’ un assassinio che colpisce un uomo, uno studioso raffinato, il sindacato, uno stile di relazioni fra intellettuali e governo, un progetto di modernizzazione dello Stato e del welfare. Ed è un assassinio carico di messaggi contro tutto ciò che Massimo ha rappresentato.

Il 20 maggio è l’anniversario dello Statuto dei lavoratori (1970), una conquista di civiltà che segnò profondamente l’assetto dei rapporti sindacali e politici del nostro paese. Massimo si formò in quella stagione, ad una “duplice scuola”, quella universitaria del suo Maestro, Renato Scognamiglio, prestigiosa per stile e rigore, e quella della “Rivista giuridica del lavoro”, allora impegnata in una rilettura costituzionale della normativa giuslavorista.

Vinse nel 1980 la cattedra di diritto del lavoro, con un’opera di altissimo livello, “La reintegrazione nel posto di lavoro”, che resta un modello di ricerca e di analisi per i giuristi che hanno a cuore la “effettività” – parola a Lui cara – degli interventi legislativi in materia di lavoro. Nelle Università di Catania, di Napoli e, infine, di Roma, è stato da tutti stimato e apprezzato per il rigore del suo metodo e la problematica profondità del suo insegnamento.

Il suo lavoro scientifico è noto non solo agli studiosi, ai lettori e agli operatori del diritto sindacale, ma anche a quelli del diritto amministrativo, avendo egli contribuito in maniera determinante al processo di “privatizzazione” del pubblico impiego. Proprio da un saggio degli anni 80 sull’amministrazione pubblica del diritto del lavoro parte la riflessione di Massimo sull’importanza della stessa pubblica amministrazione come fattore essenziale di un equilibrio dinamico tra forze e soggetti che responsabilmente assolvono al loro ruolo di “produttori”.

Il rapporto con il sindacato è stato connaturale al modo in cui Massimo interpretava il suo impegno di studioso. Nella Consulta giuridica e nell’Ufficio legale della CGIL, nelle sedi unitarie di dibattito sui problemi giuridici dell’occupazione e del lavoro, il suo maggiore impegno è consistito nella ricerca di percorsi e di soluzioni che connotassero il sindacato come soggetto della trasformazione e dell’innovazione, spesso mettendo in guardia da posizioni e impostazioni di mera conservazione dell’esistente.

Giunse nell’area di governo come un tecnico prestato alla politica. Sùbito si mise alla prova con temi complessi: dalla riforma del Ministero dei trasporti e della navigazione, alla regolamentazione dei conflitti sindacali nei servizi pubblici, alla “unificazione delle regole” fra lavoro pubblico e lavoro privato, alla creazione di una nuova dirigenza pubblica, alla disciplina della rappresentanza sindacale nel settore pubblico. Su ciascuno di questi temi, l’impegno di Massimo è stato quello di un intellettuale che, da una parte, si riconosce nei processi di riforma orientati alla modernizzazione del Paese e, dall’altra, rifornisce questi processi con una dottrina mai fine a se stessa e, anzi, largamente coniugata con la pratica dello “scriver norme” e del fissare con chiarezza i passaggi e le tappe delle trasformazioni.

La privatizzazione “piena” del pubblico impiego resta la sua realizzazione più compiuta sul versante normativo. Vi si è dedicato per tre anni, con una determinazione pari alla necessità di costruire un argine resistente contro ogni tentativo di “marcia indietro” rispetto alla direzione intrapresa. E questo con due fondamentali preoccupazioni: quella per la “effettiva” trasmigrazione al giudice ordinario della giurisdizione in materia di lavoro pubblico e quella per la compatibilità fra i costi della contrattazione collettiva e gli equilibri di finanza pubblica. L’idea di fondo era che la “effettività” delle situazioni sostanziali riconosciute ai lavoratori non potesse prescindere dal confronto con le norme costituzionali, troppo a lungo neglette, che imponevano di costruire una solida coerenza fra i costi dello Stato sociale e le dinamiche della spesa pubblica. Oggetti, tutti, dei quali troppo poco ci si era, in precedenza, occupati in ambiente giuslavoristico, quasi che il diritto del lavoro non debba, quotidianamente, fare i conti – pena la sua “ineffettività” – con le impostazioni e con i vincoli di una politica economica che cerchi, fra difficoltà di ogni genere, di accrescere il reddito e l’occupazione.

E’ in questa stagione che nacque l’idea di fondare “Il lavoro nelle pubbliche amministrazioni”, di cui Massimo fu parte decisiva.

L’elaborazione del “testo unico sul lavoro pubblico”, che egli sostenne e che figura come specifico obbligo di legislazione delegata nella legge n. 50 del 1999, lo avrebbe visto protagonista, nei prossimi mesi, di un’opera di razionalizzazione; un’opera destinata a viaggiare in parallelo con la definizione di un altro disegno, cui pure aveva partecipato e che riguarda, da una parte, il decentramento di funzioni statali a regioni ed enti locali e, dall’altra, la riforma dell’amministrazione dello Stato centrale.

Il più recente impegno di Massimo è stato per il Patto sociale e il Piano dell’occupazione, dove pure è riuscito ad introdurre la cultura nuova dell’unità delle regole fra “privato” e “pubblico”, con il Ministero del lavoro ricondotto a quel ruolo di “amministrazione delle politiche del lavoro”, da tempo ormai smarrito.

Chi ha conosciuto Massimo in amicizia ha avuto la precisa idea che lui fosse maturo per assumere, in un tempo non lungo, probabili responsabilità di governo. In questo senso, Massimo rappresentava la “classe politica di nuova generazione”, per cui il suo assassinio è anche un messaggio di intimidazione verso quanti cercano di cambiare i codici tradizionali della politica, che è fatta – per gli autentici servitori dello Stato – di lavoro e sacrificio quotidiano, spesso oscuro, sempre disinteressato.

Lo ricorderemo come uomo mite ma profondamente determinato, dolcemente ironico, lucido e colto: come amico, come compagno di tante avventure intellettuali, come anticipatore di idee, progetti, iniziative destinati a restare e a dar frutto. Lo ricorderemo, insieme alle persone a lui più care di sè stesso, la moglie Olga e la figlia Valentina, cui va tutta la nostra stima e la nostra umana simpatia.

Vigileremo e lavoreremo, con la tenacia e la convinzione di Massimo, affinché la violenza che lo ha colpito non abbia il sopravvento sui valori che con Lui abbiamo condiviso.

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